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Interazione tra lenti a contatto e superficie oculare: i possibili danni

Minerva75
 

Interazione tra lenti a contatto e superficie oculare: i possibili danni
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Palpebre: La dinamica palpebrale, nel soggetto sano, prevede circa 15-20 ammiccamenti al minuto. Durante questi movimenti di apertura e chiusura della rima palpebrale, la congiuntiva tarsale è sottoposta ad un continuo “sfregamento” contro il bordo e la superficie della lente. Questo determina l’instaurarsi di fenomeni infiammatori a carico dell’epitelio e dello stroma congiuntivale che si manifestano sia con alterazioni delle ghiandole accessorie congiuntivali (Krause, Moll ecc.), sia con ostruzione delle ghiandole di Meibomio (Meibomite), che in forma di congiuntivite giganto papillare. In molti casi, quando l’uso delle LAC è prolungato e la geometria non idonea, lo stimolo infiammatorio interessa gli strati più profondi delle palpebre coinvolgendo il muscolo elevatore delle palpebre ed il muscolo del Muller con conseguente ptosi.
Film Lacrimale: La lente a contatto immersa nel film lacrimale scinde lo stesso in due porzioni (menischi). La porzione pre lente (menisco pre lente) e la porzione post lente (menisco post lente).
Il menisco pre lente ricopre la superficie esterna della lente a contatto ed è costituito principalmente dallo strato lipidico e acquoso, del film lacrimale, e, in virtù della presenza della lente stessa, perde i suoi rapporti sia con lo strato mucoso del film sottostante, sia con il glicocalice e le mucine degli epiteli corneale e congiuntivale.
Per tale motivo è scarsamente stabile e tende facilmente ad evaporare. Il menisco post lente, invece, è rappresentato, principalmente, dallo strato acquoso e da quello mucoso ed è a diretto contatto con il complesso glicocalice – mucine degli epiteli corneale e congiuntivale.
In virtù di ciò il menisco, post lente, è più stabile di quello pre lente, ma tende a ricambiarsi più difficilmente, e meno frequentemente, con gli ammiccamenti.
Le lenti morbide, per loro natura chimica, presentano una quantità di acqua legata ai terminali monomerici, ed una quantità libera, proveniente dal mezzo esterno (blister, film lacrimale ecc.) che occupa lo spazio tridimensionale tra le varie catene polimeriche. L’acqua libera evapora rapidamente a contatto con l’aria.
Il rapporto tra la quota di acqua libera e legata, espressa in percentuale, determina l’idrofilia della lente.
Quando applicata, la lente a contatto tenderà ad assorbire l‘acqua presente nel film lacrimale al fine di saturare i legami covalenti, trasformandosi in acqua legata, in un ciclo continuo garantendo le caratteristiche geometriche e di biocompatibilità della lente.
Appare chiaro che quanto maggiore sarà l’idrofilia di una lente, maggiore sarà la quantità di acqua che verrà “sottratta” dal film lacrimale. Nel caso in cui la produzione di film lacrimale da parte del paziente non sia ottimale, si ridurrà sia l’apporto di acqua alla lente, sia la quantità di film lacrimale disponibile. Ciò provocherà due condizioni, la prima caratterizzata da un aumento dell’osmolarità lacrimale con conseguente secchezza e relativo disconfort oculare, la seconda caratterizzata da assottigliamento, riduzione del raggio di curvatura e riduzione del Dk.
Si instaurerà così la Sindrome della Lente Stretta (tight lens sindrome) caratterizzata da uno shift positivo del potere diottrico della lente e dall’instaurarsi di fenomeni di ipossia tissutale. Questa sindrome è frequente nei portatori di lenti a contatto morbide che richiedono elevate quantità di acqua e che, in virtù del loro elevato raggio di curvatura che le rende immobili, non favoriscono un ottimale ricambio di lacrime; mentre è assente nei portatori di lenti rigide vista sia la loro bassissima idrofilia, sia per il loro piccolo raggio di curvatura che, rendendole mobili, favorisce il ricambio di lacrime.
Tale sindrome si previene sia con una attenta valutazione dello stato della superficie oculare, sia mediante l’instillazione ripetuta di colliri a base di soluzione fisiologica durante il porto delle lenti a contatto.
Cornea: Essendo un tessuto avascolare, la cornea deve gran parte del suo nutrimento all’ossigeno presente nel film lacrimale e proveniente dall’esterno. La lente a contatto in virtù delle sue proprietà chimiche interrompendo la continuità del film lacrimale, riduce più o meno drasticamente l’apporto di ossigeno alla cornea.
L’ipossia conseguente ad un uso prolungato delle LAC innesca una cascata di eventi che configurano la Sindrome da porto prolungato (over wearing syndrome). Nella prima fase si assiste ad un aumento del PH intracellulare con attivazione del metabolismo anaerobico del glicogeno ed acidosi tissutale, che comporta una compromissione del plesso nervoso trigeminale pericheratico con conseguente ipoestesia corneale; principale responsabile dell’adattamento dei pazienti all’uso di lenti a contatto per tempi prolungati.
Nella seconda fase l’ipoestesia determina una riduzione degli ammiccamenti con riduzioni dello stimolo a produrre lacrime. Ciò si traduce in una secchezza oculare con discomfort e fenomeni di intolleranza, anche dopo poche ore, all’uso di LAC.
Successivamente si assiste alla sofferenza, conclamata, dell’epitelio corneale, che tende sia a mostrare infiltrati di cellule infiammatorie (cheratopatia puntata) sia a sfaldarsi con insorgenza di fenomeni ulcerativi.
Nella fase terminale, quando l’ipossia è persistente e prolungata, si assiste alla compromissione dell’endotelio corneale, con polimegatismo e perdita di cellule (blabes). Si assiste quindi alla alterazione dei meccanismi di scambio endotelio-stroma con perdita sella trasparenza corneale (sub edema).
Oltre che a sofferenza di natura ipossica, la cornea può essere esposta a danni di carattere meccanico quali abrasioni o ulcere causate tanto dalla secchezza oculare quanto dalla alterata geometria ma, principalmente, dalla cattiva gestione da parte del paziente. I quadri clinici sopradescritti possono interessare sia i portatori di lenti a contatto morbide, rigide che gas permeabili. La prevenzione consiste sia nell’idratazione frequente delle lenti a contatto attraverso l’instillazione di colliri a base di soluzione fisiologica, sia nel limitare le ore di utilizzo ad un massimo di circa 6-8 ore per le lenti morbide e 10-12 ore per quelle rigide.
Congiuntiva: L’iperosmolarità lacrimale indotta dalla lente a contatto morbida, innesca una serie di processi infiammatori a carico della congiuntiva. Si osserva una perdita di cellule mucipare e di villi congiuntivali che a lungo andare porta alla comparsa di una metaplasia squamosa dell’epitelio congiuntivale. La metaplasia interessa anche la zona del limbus corneo-congiuntivale dove si manifesta sotto forma di una congiuntivalizzazione limbare a 360°. Nei portatori di lenti a contatto rigide, invece, l’effetto meccanico dello sfregamento della lente sulla congiuntiva determina l’insorgenza di una epiteliopatia da sfregamento; caratterizzata dalla presenza di piccole micro ulcere congiuntivali in prossimità del bordo della lente.
Biofilm: Tutte le lenti a contatto, appena applicate, vengono immerse nel film lacrimale. Ciò provoca la formazione di un biofilm sulla superficie delle lenti costituito da proteine, sali minerali e oligoelementi propri del film lacrimale. Il biofilm rende la lente maggiormente biocompatibile.
Un porto prolungato e una cattiva manutenzione della LAC, però, provocano la denaturazione delle proteine del biofilm stesso. Queste proteine denaturate si legano alla matrice polimerica in agglomerati più o meno evidenti, i depositi proteici. Questi depositi rappresentano siti di aggancio per altre sostanze come i grassi, depositi lipidici, ma principalmente per microorganismi patogeni quali virus, batteri o protozoi. La formazione di depositi è direttamente proporzionale alla ionicità e alla idrofilia della lente a contatto.
La prevenzione consiste nel ridurre il porto delle lente ed in una accurata e scrupolosa manutenzione con enzimi proteolitici ecc.
Infezioni: Tutte le lenti a contato rappresentano siti preferenziali per lo sviluppo di infezione. Tale sviluppo è favorito sia dall’uso prolungato ma, principalmente, dalla cattiva gestione delle LAC. I microrganismi interessati sono i batteri, i funghi e i parassiti. La contaminazione avviene, principalmente, per cattiva gestione della LAC, come lavarle con l’acqua di rubinetto, ed interessa sia le LAC rigide che le LAC morbide. Indipendentemente dal tipo, l’unica soluzione per evitare danni alla superficie oculare è rappresentata dalla corretta manutenzione ed utilizzo della lente a contatto.
Fonte: Amicidellavista

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Profilo del medico - Dr. Marco Alberti

Dr. Marco Alberti
Nome:
Marco Alberti
Comune:
Milano
Provincia:
MI
Azienda:
Centro Medico Italiano
Professione:
Oculista, Direttore Sanitario del Centro Medico Italiano
Specializzazione:
Oftalmologia
Contatti/Profili social:
sito web
Domanda al medico
Dr. Alberti, è vero che le lenti a contatto multifocali sono una soluzione contro la presbiopia?
   
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