Ebola a New York, il caso

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Ebola a New York, il caso

26-10-2014 - scritto da Cinzia Iannaccio

A New York quarantena obbligatoria anti Ebola

Ebola ed i protocolli internazionali di prevenzione

Ebola a New York, il caso I governatori di New York e del New Jersey hanno ordinato una quarantena obbligatoria di 21 giorni per tutti gli operatori sanitari e non che sono stati a contatto con pazienti affetti da Ebola. L’annuncio è stato fatto a circa 24 ore di distanza dalla diagnosi di infezione da virus Ebola a Creaig Spencer, medico di Medici Senza Frontiere rientrato negli Stati Uniti dalla Guinea circa una settimana prima.

L’uomo, consapevole del rischio che portava in se, non appena si è riscontrato –giovedì mattina- una lieve febbre è corso in ospedale dove è stato messo in isolamento. Da qui però la città è andata in allarme: il medico la sera prima aveva viaggiato in metro, in taxi, aveva visto fidanzata ed amici. Tutti sono stati identificati e rintracciati. 4, tra cui la fidanzata ed il tassista essendo stati maggiormente a contatto, sono stati messi in quarantena.

Si tratta di un eccesso di zelo: la sera prima Spencer non aveva sintomi e quindi difficilmente era contagioso, ma non si sa mai!

Il succo del discorso delle autorità newyorkesi è questo, anche in relazione alla quarantena di 21 giorni per chi arriva dalle zone in cui ci sono malati di ebola, cosa non prevista dai protocolli internazionali di sicurezza. Questi esistono, sono efficaci, ma per il 9° paziente statunitense colpito da Ebola si vuole alzare la guardia.

Comprensibile? Probabilmente sì, doveroso oserei dire, come anche precisare che non occorre allarmarsi e che la situazione è sotto controllo. Ma di fatto, stabilire ulteriori restrizioni e quarantene dà l’idea che non proprio tutti si fidano di ciò che le linee guida indicano per contenere la malattia. E’ una sorta di contraddizione, o no? Cosa dicono di fatto le norme stabilite in materia di sicurezza internazionale per il rimpatrio degli operatori sanitari?

L’OMS ha dichiarato questa epidemia di Ebola, come la peggiore da quando è stato identificato il virus. Si è stabilito che la malattia ha colpito oltre 10.000 persone, metà delle quali sono morte. Tuttavia non sono ancora considerate necessarie restrizioni internazionali ai viaggi per evitare i contagi da Ebola. Tutti i Paesi però in cui il virus è presente devono rafforzare i test a tutti i passeggeri in uscita dagli aeroporti.

Questi e gli altri Stati in cui si manifestino casi sospetti devono essere pronti a identificare, diagnosticare e trattare i pazienti in loco (compresi ovviamente i passeggeri provenienti da aree a rischio che arrivino in nuovi Stati con sintomi febbrili). Specifiche linee guida sono state messe a punto per il personale che lavora negli aeroporti e per le compagnie aeree (qui nel sito del CDC alcune specifiche) oltre che ovviamente per il personale sanitario degli ospedali. Sono anche stati individuati dei centri di riferimento specifici per ogni Paese. In Italia è l’IRCCS L. Spallanzani di Roma.

Presso il reparto del Bellevue Hospital Center di New York, in cui è ricoverato Creaig Spencer però, secondo quanto ha riportato il New York Post, una anomala altra epidemia ha colpito quasi tutti gli infermieri (ovvero si sono "dati malati") lasciando inferociti i pochi “sani” che si sono recati al lavoro. La paura è parte della natura umana.

Foto: CDC.GOV

A cura di Cinzia Iannaccio, Giornalista professionista iscritta all'Albo dal 2007, blogger, specializzata nel settore della salute e del benessere.
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