Lo smog: una possibile causa dell'IPF

Facebook Twitter Google Pinterest YouTube

Lo smog: una possibile causa dell'IPF

16-03-2018 - scritto da Viviana Vischi

Uno studio italiano dimostrerebbe, per la prima volta, che l’inquinamento atmosferico è associato all’insorgenza di fibrosi polmonare idiopatica (IPF).

Alla scoperta del legame tra inquinamento e fibrosi polmonare idiopatica.

 

Lo smog in Italia è sempre più un’emergenza sanitaria. Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane, nel 2017 in ben 39 capoluoghi di provincia è stato superato, in almeno una stazione ufficiale urbana di monitoraggio, il limite annuale per le polveri sottili di 35 giorni. E le prime posizioni della classifica sono tutte appannaggio delle città del nord, in molte delle quali l’inquinamento è stato costante per buona parte dell’anno. Per la sua conformazione, infatti, la valle padana in generale e la Lombardia in particolare, favoriscono il ristagno degli inquinanti atmosferici portando a un elevato livello di inquinamento.

 

ARIA? NO, MAL’ARIA

Il rapporto di Legambiente mostra come la percentuale di popolazione esposta a livelli eccessivi di polveri sottili PM10 ammonti a circa il 20% degli italiani considerando gli attuali limiti normativi in vigore (50 microgrammi/metro cubo al giorno). Percentuale che salirebbe esponenzialmente se invece si considerassero i limiti suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: secondo questi parametri, ben il 50-62% degli italiani avrebbe a che fare con un’aria a tutti gli effetti irrespirabile.

 

Andando a guardare i dati relativi al biossido di azoto NO2 le cose non vanno molto meglio: ad essere esposti a livelli oltre il limite sono poco meno del 10% dei nostri connazionali. Cifre che fanno rabbrividire, infine, quelle relative all’esposizione all’ozono O3: con i limiti suggeriti dall’OMS si passerebbe dal nostro attuale 7-30% di italiani esposti ad un incredibile 95-98%.

 

 

IL LEGAME TRA INQUINAMENTO E IPF

Che quello dell’inquinamento atmosferico sia un problema da codice rosso, non è un segreto per nessuno. Ma forse quello che non tutti sanno è che questa stessa “mal’aria”, causata principalmente dagli impianti di riscaldamento e dagli scarichi dei motori, soprattutto diesel, potrebbe essere ritenuta responsabile di una gravissima malattia a carico dell’apparato respiratorio come la fibrosi polmonare idiopatica (IPF).

 

A rivelarlo è uno studio italiano pubblicato nel 2018 sull’European Respiratory Journal, che dimostrerebbe come lo smog possa avere un ruolo attivo nello sviluppo della fibrosi polmonare idiopatica, malattia rara che in Italia interessa 19.000 pazienti, soprattutto maschi, over 60, fumatori o ex fumatori.

 

Basandosi su oltre 2.000 nuovi casi di malattia registrati in Lombardia fra il 2005 e il 2010, gli studiosi hanno scoperto una possibile associazione fra lo sviluppo della patologia e l’aumento nell’aria di agenti inquinanti, in particolare biossido di azoto (mentre per PM10 e ozono non sono emerse associazioni significative). In particolare, se il livello di esposizione cronica al biossido di azoto si alza di 10 microgrammi per metro cubo, l’incidenza di fibrosi polmonare idiopatica aumenta tra il 4,25% e l’8,41% ed è ancora più elevata laddove i livelli del gas superano i 40 microgrammi per metro cubo.

 

Serviranno ulteriori studi per confermare o meno queste stime, ma resta il fatto che le persone esposte a una concentrazione più alta di biossido di azoto ad oggi sembrerebbero avere un rischio maggiore di sviluppare l’IPF.

 

Lo studio è stato condotto dai ricercatori del Centro Studi Sanità Pubblica dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, Gruppo MultiMedica, in collaborazione con l’Università di Harvard. E il lavoro è la prosecuzione di un primo studio epidemiologico, attuato dallo stesso gruppo di ricercatori, che aveva mappato i casi di IPF in Lombardia, pubblicato nel 2016 su PLOS One.

 

Anche in quel caso erano emersi dati interessanti: in Lombardia, la più popolosa regione italiana con circa 10 milioni di abitanti, si calcolano circa 700 casi di IPF all’anno, per la gran parte uomini di età superiore a 65 anni. Neanche a dirlo, le aree di maggior concentrazione dei pazienti sembrano essere quelle delle zone di grande traffico e lungo le traiettorie ad alta percorrenza, ad esempio l’autostrada A4 che attraversa da ovest a est l’intera pianura padana, partendo da Torino, passando per Milano e terminando nella zona di Trieste.

 

Fin qui lo smog. Ma la fibrosi polmonare idiopatica mostra tra i suoi principali fattori di rischio, oltre all’età, al sesso e alla predisposizione genetica, anche e soprattutto il fumo. Del resto, è o non è anche questo un potente “inquinante” per i nostri polmoni?

 

 

COS’E’ ESATTAMENTE L’IPF E COME SI COMBATTE

La fibrosi polmonare idiopatica è la malattia respiratoria rara più frequente nel nostro Paese, ed è determinata dalla sostituzione di tessuto polmonare sano con tessuto cicatriziale. Il polmone diventa sempre più pesante, ricco di tessuto, e l’aria fa sempre più fatica a passare. La sua sintomatologia è lenta, cronica, inesorabile, e purtroppo la mortalità resta tutt’ora più alta di quella legata a molti tumori; la sopravvivenza media, oggi, è intorno ai 5 anni.

 

Si può fare qualcosa per curarla definitivamente? Ad oggi no, purtroppo. Ma a partire dal 2014 esistono due specifiche terapie antifibrotiche per le forme iniziali-moderate di IPF (nintedanib e pirfenidone), dispensate da ospedali prescrittori riconosciuti dalla propria regione di appartenenza. Questi farmaci sono efficaci per rallentare la progressione della malattia e per garantire al paziente una migliore qualità della vita. Ecco perché è importante arrivare quanto prima alla diagnosi, che ancora oggi mostra un ritardo stimato in ben 2 anni anche a causa di una scarsa conoscenza della patologia!

 

Un’opzione terapeutica, oltre all’ossigenoterapia, è rappresentata dal trapianto di polmone in pochissimi e selezionati casi, ma comporta notevoli limiti e rischi, in primis l’alto tasso di mortalità (50% a 5 anni dall’intervento).

 

 

COME ARRIVARE ALLA DIAGNOSI DI IPF

Sebbene ingannevoli e generici, il paziente non dovrebbe sottovalutare alcuni campanelli d’allarme, come ad esempio un affanno persistente e una tosse secca e stizzosa che non passa, e rivolgersi al proprio medico per capire se potrebbe esserci qualcosa che non va oltre a una “semplice” bronchite cronica. Anche il medico di medicina generale dovrebbe essere maggiormente informato su una malattia di questo tipo, così da poterla sospettare anche solo grazie a un’attenta auscultazione, ed eventualmente indagare meglio con strumenti specifici: radiografia al torace, spirometria per valutare la capacità polmonare, TAC ad alta risoluzione, broncoscopia, biopsia o criobiopsia ecc.).

 

Dall’auscultazione del respiro solitamente si può rilevare un segnale tipico dell'IPF: il rantolo crepitante, ovvero un rumore che assomiglia molto a quello prodotto dallo strappo del velcro.

Categorie correlate:

Malattie, cure, ricerca medica




A cura di Viviana Vischi, Giornalista professionista iscritta all'Albo dal 2002, Direttore Responsabile di diverse testate giornalistiche digitali in campo medico-scientifico.
Profilo Linkedin di Viviana Vischi
 

ForumSalute
ForumSalute su Facebook
ForumSalute su Twitter
ForumSalute su Google+

 

ATTENZIONE: le informazioni che ti propongo nei miei articoli, seppur visionate dal team di medici e giornalisti di ForumSalute, sono generali e come tali vanno considerate, non possono essere utilizzate a fini diagnostici o terapeutici. Il medico deve rimanere sempre la tua figura di riferimento.



Articoli che potrebbero interessarti

Per offrirti il miglior servizio questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione acconsenti al loro impiego. Maggiori informazioni qui.

X