Un buon appetito è sempre segno di buona salute?

Un buon appetito è sempre segno di buona salute?

24-08-2018 - scritto da Paola Perria

Per i nostri nonni l’inappetenza era sempre un cattivo segnale, ma talvolta è l’esatto opposto.

Quando l’appetito è sintomo di un malessere fisico o psicologico.

 

Per secoli, un robusto appetito nelle persone giovani e meno giovani è stato popolarmente interpretato come un segnale di buona salute, garanzia di sana e robusta costituzione. Questo non solo nelle epoche e nei periodi storici in cui era la Grande Fame a dominare (quella che seguiva carestie, guerre, epidemie ecc.), quanto, piuttosto, in tutti gli altri. Avere la possibilità di mettere insieme regolarmente due-tre pasti nutrienti al giorno è una cosa che oggi diamo per scontata, ma che in passato, e ancora oggi in diverse parti del mondo, non lo era affatto, e basta voltarsi indietro di qualche generazione per ricordarcelo.

 

La fame, che per noi è solo appetito tra un pasto e l’altro, è uno stimolo naturale che il nostro corpo elabora a livello cerebrale e invia agli organi deputati alla nutrizione sotto forma di borbottii allo stomaco e sensazione di vuoto. E’ il cosiddetto languore, che ci dice, testualmente: “Hai bisogno di energia, quindi mangia!” e noi mangiamo. Questo ciclo naturale che alterna senso di sazietà a senso di appetito, che sperimentiamo da quando nasciamo e ha anche una forte componente innata, che probabilmente ha a che fare con l’istinto stesso di conservazione, viene normalmente considerato come indicatore di uno stato di salute, ma non sempre le cose stanno così.

 

Ci sono diversi fattori che sono in grado di alterare il senso di fame e quello di sazietà. E’ stato provato scientificamente che le persone in forte sovrappeso od obese presentano uno squilibrio a livello elettrico cerebrale nella produzione degli ormoni che regolano queste due sensazioni. Inoltre sappiamo che esiste un forte legame tra neuroni del cervello e neuroni dell’intestino, non a caso definito “secondo cervello”, un legame che se alterato può produrre conseguenze a cascata sul metabolismo, sulla digestione e conseguentemente sul nostro peso. Pertanto, anche se ci sembra corretto dare seguito all’impulso di mangiare mangiando, perché riteniamo che sia naturale e fisiologico ascoltare il segnale di appetito placandolo, non è detto che questo sia il modo giusto di agire.

 

A differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, che non avevano né la possibilità, e nemmeno l’abitudine di accedere al cibo a tutte le ore, noi oggi abbiamo questa possibilità e la sfruttiamo abbondantemente. Non ci limitiamo a mangiare i canonici tre pasti al giorno, e neppure a fare due semplici spuntini spezza fame a metà mattina e metà sera. Ma soprattutto, non spendiamo abbastanza energia che ne giustifichi un reintegro a stretto giro di boa con del nuovo cibo. I nostri nonni di energia ne spendevano molta di più nelle loro attività quotidiane, anche solo spostandosi per lavoro o per le diverse commissioni a piedi, facendo le pulizie di casa, occupandosi di tanti compiti che richiedevano sforzi fisici e che rendevano la loro esistenza molto attiva  e dinamica.

 

Il nostro appetito, lungi dall’essere fame perché non arriviamo mai alla condizione di essere totalmente a corto di energia, è troppo spesso uno stimolo alterato. E’ una deformazione dovuta ad uno stile di vita squilibrato, in cui mangiare non serve tanto e solo ad apportare energia, quando a darci gratificazione, placare ansia, noia, frustrazione, rabbia o tristezza. Mangiamo per tante ragioni diverse rispetto all’unica per cui dovremmo farlo, ma comunque quelle calorie le stiamo ingerendo, anche se non ne abbiamo la percezione. Lo zucchero nei tanti, troppi caffè, i cioccolatini, le noccioline al bar per l’aperitivo, l’energy drink per svegliarci, una caramella qua, un gelato o uno yogurt con mousse alla frutta là… Un piccolo ma continuo fiume di calorie senza soluzione di continuità. E poi pranzi e cene, in cui abbondano cibi troppo conditi e spesso troppo industriali. Siamo sicuri che questo tipo di appetito sia sano?

 

Accade così che talvolta il nostro corpo dice basta, dice: “Cambia regime, perché mi stai facendo del male”. Accade che ci assale la nausea, o certi cibi cominciano a darci reazioni di intolleranza inedite, non riusciamo più a mangiare la pasta e la pizza senza provare mal di pancia, il latte ci disgusta, i frutti di mare ci fanno venire l’orticaria, l'intestino si inceppa e via di seguito. E di tutti questi segnali, accade che magari ci preoccupiamo davvero solo di uno: l’appetito che si riduce. Se abbiamo meno fame del solito, saremo forse malati?

 

Probabilmente è vero l’esatto opposto, proprio per evitare danni peggiori il nostro corpo ci invia un segnale forte e chiaro: “Mangia meno, mangia meglio”. Per preservare la salute, e per ritrovare quel naturale equilibrio che forse è andato perso. Un robusto appetito non è sempre sintomo di benessere, qualche volta è solo segno di troppa indulgenza, di uno stile di vita tutto da cambiare. Se ci ascoltiamo con attenzione, nel silenzio, nella calma, ci accorgeremo che il corpo è più saggio della mente, e che ascoltarlo è il solo modo per recuperare il vero equilibro.



A cura di Paola Perria, Giornalista pubblicista iscritta all'Albo dal 2009, Master I livello in Gender Equality-Strategie per l’equità di Genere con tesi sulla medicina di genere.
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