Esperienze di PMA in Lombardia: un incontro annuale

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Esperienze di PMA in Lombardia: un incontro annuale

25-06-2012 - scritto da Network4Health

Confronto tra gli specialisti di PMA in una prima sessione di un incontro annuale

Incontro annuale di valutazione e discussione di esperienze sulla PMA

Nei percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita diverse sono le modalità diagnostiche-terapeutiche e diversi sono i casi clinici. Gli specialisti si sono confrontati in una prima sessione di un incontro annuale tenutosi a Milano. La seconda sessione è in programma per ottobre

Dai disturbi dell’alimentazione all’endometriosi, dalla stimolazione ovarica standard a quella per i casi difficili, fino alla riserva ovarica in relazione all’età. Questi alcuni dei temi affrontati al primo incontro annuale di valutazione e discussione di esperienze sulla PMA che si è tenuto a Milano recentemente. Si chiama “Esperienze di PMA in Lombardia” ed è un evento promosso da Ferring con l’obiettivo di offrire agli specialisti un’occasione di confronto sulle diverse modalità diagnostiche-procedurali nella Fecondazione in Vitro.

A tutt’oggi non esistono protocolli procedurali “standard” da tutti riconosciuti: diverse sono le possibilità di stimolazione ovarica, di prelievo ovocitario, di trattamento dei gameti e di fecondazione, in relazione sia all’esperienza di singoli gruppi, sia alle variabili patologiche delle coppie infertili. La Lombardia esegue il 23% di tutte le procedure nazionali (11.100 su 47.900 – Registro Nazionale 2009). Importante quindi questo primo incontro fra gli operatori dei Centri lombardi come momento di scambio di esperienze.

Il Professor Guido Ragni, ginecologo della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ha coordinato l’incontro e porta all’attenzione due tematiche discusse: l’obesità come disturbo dell’alimentazione che influisce negativamente sulle percentuali di successo e la riserva ovarica delle donne che decidono di intraprendere un percorso di PMA in età avanzata.

Disturbi dell’alimentazione e PMA: l’obesità
Una donna obesa che decide di intraprendere un percorso di fecondazione assistita va incontro a più rischi rispetto a una donna senza problemi di peso: rischi al momento del parto e connessi anche allo stato di salute del nascituro che potrebbe avere delle malformazioni. Inoltre, una donna obesa ha minori percentuali di successo. All’obesità si associa, infatti, un’induzione all’ovulazione più debole e un numero di embrioni in trasferimento minore. Questo ha spinto gli specialisti a chiedersi quanto – considerando il problema dal punto di vista deontologico e sociale – sia opportuno far intraprendere un percorso di PMA alle donne obese. Ci si chiede se non sia meglio eseguire le procedure di PMA solo dopo averle inserite in percorsi che consentano di perdere peso in vista della Fecondazione in Vitro.

Età e riserva ovarica: quando si è troppo in là con gli anni
Parimenti, gli specialisti si sono confrontati sul problema dell’età. Donne sopra i 44 anni hanno una riserva ovarica in via di esaurimento e una percentuale di successo inferiore al 5%. La riserva ovarica si evince dagli esami ormonali, test effettuati a qualunque donna prima di iniziare un percorso di Fecondazione Assistita. La domanda è semplice: come si deve comportare il medico con quelle pazienti con riserva ovarica scarsa a causa dell’età?
“Vi sono due diversi problemi – spiega Guido Ragni, consulente scientifico UO Sterilità di coppia della Fondazione Policlinico Mangiagalli -. Il primo si pone sul piano deontologico: è corretto dal punto di vista medico permettere alla paziente di continuare oppure sarebbe più opportuno dissuaderla?”
Proprio alla luce delle percentuali di successo, il secondo problema è ancora più spinoso perché connesso alla sanità pubblica. In alcune regioni la fecondazione in vitro è gratuita. Tra queste, vi sono la Lombardia e il Veneto. Diversa la scelta di Piemonte e Toscana dove le donne oltre i 43 anni non possono essere inserite in un piano di PMA a carico del SSN ma devono sostenere autonomamente le spese. Ci si chiede quindi se gli esami ormonali atti a definire la riserva ovarica della donna oltre i 43 anni possano essere considerati come criterio per escludere le donne dai percorsi di PMA, a maggior ragione se questi sono interamente a carico della Regione di appartenenza.

Le cifre, del resto, parlano chiaro: alla Clinica Mangiagalli di Milano, ad esempio, le donne interessate a percorsi di fecondazione in vitro hanno mediamente 38 anni. Una percentuale che oscilla tra il 25 e il 30% di tutte le donne interessate ha più di 40 anni, ovvero più di un terzo e poco meno di un quarto del totale.

Da qui, una riflessione valida per tutte le donne: la necessità di pianificare la gravidanza il prima possibile nell’arco della propria vita, nonostante le difficoltà economiche e sociali attuali che spesso spingono a posticipare la scelta della maternità. Per i piani di PMA, vale la pena soppesare attentamente i pro e i contro con l’aiuto di uno specialista.


L’incontro di Milano è stato il primo tentativo di unire tutti i centri del Nord Italia, in particolare Lombardia, attraverso un dialogo interattivo, basato sul coinvolgimento degli operatori sanitari del settore. E’ in programma una seconda parte relativa alla discussione dei casi clinici. L’appuntamento è fissato per il 27 Ottobre, alla Clinica Mangiagalli di Milano.

Redazione Network for Health

ATTENZIONE: le informazioni che ti proponiamo, seppur visionate dal team di medici e giornalisti di ForumSalute, sono generali e come tali vanno considerate, non possono essere utilizzate a fini diagnostici o terapeutici. Il medico deve rimanere sempre la tua figura di riferimento.



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