OCCHIO ARTIFICIALE: COME FUNZIONA?

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OCCHIO ARTIFICIALE: COME FUNZIONA?

08-07-2017 - scritto da Paola Perria

Grazie a microchip nella retina o nel cervello e occhiali dotati di telecamere, l’occhio artificiale permetterà in un futuro non lontano un recupero parziale o totale della vista.

In Italia il prototipo di retina artificiale.

OCCHIO ARTIFICIALE: COME FUNZIONA?

L’occhio artificiale, o bionico, è un vero piccolo miracolo della tecnologia robotica in grado di sostituirsi alla perfezione ad un occhio umano se ce ne fosse bisogno. Ma come è fatto e, soprattutto, come funziona l’occhio artificiale? È un dispositivo elettronico, sviluppato a partire dal 2011 con prototipi sempre più perfezionati e pensato per consentire un recupero parziale o totale della vista a seguito di malattie degenerative irreversibili della retina. A differenza della protesi oculare, anche detto occhio di vetro, che viene inserita nella cavità oculare al posto dell’occhio malato per un senso puramente estetico, l’occhio artificiale permette di recuperare la vista e lo fa in modi diversi.

LA TECNOLOGIA BIOMEDICA AL SERVIZIO DELLA VISTA

La tecnologia ha fatto passi da gigante e in molte parti del mondo la ricerca scientifica ha permesso di realizzare modelli di occhio artificiale con diversi gradi di efficacia nel permettere il recupero della vista. Ad esempio, il modello chiamato Argus II, realizzato in California, si basa sull’impianto di un microchip direttamente nella retina, il quale invia gli impulsi visivi una videocamera montata su occhiali speciali. Il recupero della vista è, in questo caso, solo parziale: le immagini appaiono in bianco e nero e non proprio nitide. Ma è sempre meglio di niente!

Altri modelli permettono una visione più precisa ma a piccolo spettro, cioè con un campo visivo ristretto. È il caso dell’occhio artificiale Alpha IMS, di tecnologia tedesca, simile al precedente perché sempre basato sull’impianto di un microchip nella retina alimentato da un mini generatore energetico che si posiziona dietro l’orecchio, quindi è invisibile. Stavolta, però, il modello non richiede l’uso di occhiali. Ancora più sofisticato è l’occhio artificiale australiano, che permette un recupero dell’85% della vista a chi l’abbia persa per glaucoma o degenerazione maculare legata all’età. Ciò è possibile grazie ad un impianto di microchip direttamente nel cervello, dove ricevono e traducono in immagini le informazioni che giungono sotto forma di impulsi elettrici da una microcamera inserita negli occhiali di supporto. Tra tutti i modelli avveniristici di occhio artificiale, spicca il prototipo sviluppato in Italia che si basa sulla creazione di una vera e propria retina artificiale composta di cellule fotovoltaiche in grado di catturare le immagini proprio come farebbe una retina normale.

MA L’OCCHIO ARTIFICIALE FUNZIONA DAVVERO?

La risposta è sì, in presenza però di particolari condizioni cliniche. Il primo impianto del modello Alpha IMS, che si basa sull’inserimento del microchip sottoretina senza l’ausilio di occhiali, è stato eseguito su un paziente con buoni esiti ma funziona solo se è integra la connessione nervosa tra occhio e cervello. Diversamente, il meccanismo non può funzionare perché gli input elettrici non arrivano ad essere elaborati. Inoltre, impiantare oggi occhi bionici su larga scala è un’ipotesi a dir poco avveniristica.

Per gli ipovedenti, cioè persone colpite da fortissime miopie congenite che non si possono correggere con occhiali o lenti a contatto esterne, c’è una soluzione decisamente più a portata di mano. Si tratta dell’impianto di lenti a contatto intraoculari, che sono in grado di correggere in modo efficace e totale i difetti visivi più gravi e permettere un recupero della vista del 100%. Si tratta delle bionica lens, ovvero lenti bioniche, una realtà della chirurgia oculare che rappresenta una buona alternativa in attesa che i prototipi di occhio artificiale terminino la sperimentazione e vengano resi disponibili.

La scommessa è che in futuro malattie oculari che oggi portano a cecità parziale o totale come la retinite pigmentosa, la degenerazione maculare legata all’età, il distacco della retina e il glaucoma non siano più una condanna a vivere al buio.

 

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A cura di Paola Perria, Giornalista pubblicista iscritta all'Albo dal 2009, Master I livello in Gender Equality-Strategie per l’equità di Genere con tesi sulla medicina di genere.
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