Epatite C: rischi e cure di una pericolosa malattia del fegato

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Epatite C: rischi e cure di una pericolosa malattia del fegato

23-05-2016 - scritto da Paola Perria

L’epatite C è un’infezione grave e spesso asintomatica che colpisce milioni di persone nel mondo. Vediamo come riconoscerla.

Come riconoscere e curare l’epatite C.

E’ grave e pericolosa come l’epatite B, e non esiste ancora un vaccino per scongiurarla. Parliamo dell’epatite C, un'infezione del fegato provocata dal virus HCV altamente contagiosa che, non a caso, colpisce milioni di persone nel mondo ogni anno senza, spesso, dare sintomi evidenti se non in fase avanzata, quando i danni epatici sono ormai quasi irreversibili.

Il virus, infatti, proliferando produce una distruzione progressiva delle cellule epatiche (necrosi), ma purtroppo, come spesso accade nelle malattie che colpiscono questo grosso organo-ghiandola del corpo, in modo asintomatico per anni, soprattutto se ci riferiamo alla forma cronica dell’infezione.

 

L'epatite si divide in due tipologie:

  • Una infezione acuta, con sintomi più spiccati e che, proprio per tale ragione, ha una prognosi migliore
  • Una forma cronica che, al contrario, si manifesta solo molto tempo dopo il contagio

 

Si stima che nel mondo siano circa 140 milioni le persone ammalate di epatite C, ma esiste tutto un sommerso di individui che, pur essendo portatori della malattia, ancora non sanno di esserne stati contagiati.

 

 

I fattori di rischio principali e più comuni sono i seguenti:

  • Trapianto di organi
  • Trasfusioni di sangue (infetto)
  • Scambio di rasoi, siringhe, epilatori, spazzolini con persone infette
  • Tatuaggi e piercing effettuati con strumenti non sterilizzati
  • Contatto con sangue infetto (ad esempio a seguito di medicazioni)
  • La madre può trasmettere il virus al bambino durante il parto

 

 

C’è da dire che anche in caso di contatto con sangue infetto, non necessariamente si contrae la malattia, ci sono infatti alcuni fattori predisponenti che andrebbero presi in considerazione.

 

A rischio particolare di contrarre l’epatite C sono:

  • Tossicodipendenti
  • Emodializzati, emofiliaci, talassemici che abbiano ricevuto trasfusioni per molti anni prima della scoperta del virus dell’epatite C (avvenuta nel 1989)
  • Bimbi figli di madri con epatite
  • In generale persone con il sistema immunitario indebolito che abbiano avuto comportamenti a rischio (ovvero contatti anche minimi con il sangue di persone infette)
  • Personale medico ospedaliero

 

In generale il tempo di incubazione del virus dopo il contagio è di circa un mese o poco più e i sintomi sono per lo più assenti (oltre 80% dei casi). Solo in caso di epatite C acuta si presenta una sintomatologia tipica che può portare ad una diagnosi (e cura) tempestiva.

 

Tra questi segnali di malessere, che in genere insorgono tra le sei e le sette settimane dopo il contagio, troviamo:

  • Febbre o febbricola
  • Dimagrimento e perdita di appetito
  • Disturbi digestivi
  • Astenia, debolezza
  • Ittero (colorazione giallastra della pelle dovuta ad un aumento dei valori di bilirubina nel sangue)
  • Urine più scure del normale

 

Difficilmente questi sintomi sono presenti tutti insieme, e soprattutto difficilmente sono così intensi da portare subito ad una visita o agli  esami necessari per la diagnosi. Di solito l’epatite C resta silente per mesi se non anni. Per tale ragione è difficile che un medico possa prescrivere i test del sangue utili per individuare la presenza del virus sulla sola base di disturbi così vaghi.

E’ perciò importantissimo essere a conoscenza delle modalità di trasmissione della malattia ed effettuare regolari controlli se si appartiene ad una categoria a rischio o se comunque si sospetta di essere entrati in contatto con sangue potenzialmente infetto, anche in modo del tutto accidentale. In questi casi si procede ad un prelievo di sangue per controllare il livello degli enzimi epatici e soprattutto la presenza dei marcatori anti HCV.

A questi esami si possono associare un test del genotipico, che serve per modulare una terapia ad hoc sul paziente, nonché una biopsia del fegato per capire quanto l’organo sia già stato danneggiato dalla malattia.

 

Dal momento che stiamo parlando di una patologia grave, che può compromette in modo irreversibile la funzionalità epatica e provocare altre malattie letali come il cancro o la cirrosi, una volta che si arrivi ad una diagnosi di epatite C si provvederà ad una terapia di tipo farmacologico, ma non solo. Ad esempio il medico potrebbe prescrivere medicinali antivirali (soprattutto a base di Interferone più altri farmaci ad oggi sperimentali come il tanto reclamizzato Sofosbufir), associati ad una nutrizione volta a ridurre l’affaticamento epatico e a stimolare l’auto rigenerazione dei tessuti della ghiandola.

Durante la terapia è inoltre cruciale che il paziente stia molto attento a non diffondere ulteriormente il virus con comportamenti a rischio, perché, lo ribadiamo, anche nel caso dell’epatite C la prevenzione rappresenta la cura migliore.

 

Foto | via Pinterest



A cura di Paola Perria, Giornalista pubblicista iscritta all'Albo dal 2009, Master I livello in Gender Equality-Strategie per l’equità di Genere con tesi sulla medicina di genere.
Profilo Linkedin di Paola Perria
 

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ATTENZIONE: le informazioni che ti propongo nei miei articoli, seppur visionate dal team di medici e giornalisti di ForumSalute, sono generali e come tali vanno considerate, non possono essere utilizzate a fini diagnostici o terapeutici. Il medico deve rimanere sempre la tua figura di riferimento.



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