Tumore alla prostata: le novità terapeutiche

Tumore alla prostata: le novità terapeutiche

22-01-2018 - scritto da Francesca Morelli

Terapie radiometaboliche: anche nei contesti più complessi di tumore alla prostata, sono le opzioni terapeutiche che offrono maggiori speranze.

Il tumore della prostata va approcciato in maniera multidisciplinare, su più fronti. Con un occhio alla malattia e l'altro alla persona.

 

Altamente diffuso.

 

Il tumore alla prostata rappresenta il 20% di tutti i tumori maschili, con circa 34.800 nuovi casi, solo nel 2017, soprattutto tra la popolazione over 50, secondo le stime presentate al XIX Congresso Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica). Ma è anche un tumore eterogeneo, che include cioè forme a bassa aggressività e forme clinicamente importanti. Queste ultime spesso subdole, perché le manifestazioni compaiono quando la malattia è in fase già avanzata o anche con metastasi ad altri organi.

 

Tuttavia, qualunque sia la natura del tumore, primario o metastatico, le cure ci sono, tranquillizzano gli esperti, e sembrano efficaci nel controllare la malattia.

 

Tanto che oggi la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di tumore alla prostata, se scoperto in fase precoce, è di oltre il 91%.

 

 

ATTENZIONE AI SINTOMI

Sono aspecifici, infatti la frequente necessità di urinare, il dolore alla minzione e la presenza di sangue nelle urine sono spesso sottovalutati o scambiati per una problematica di altra natura. Invece, quando compaiono i sintomi, spesso sono già indicazione di un tumore alla prostata di dimensioni abbastanza importanti da esercitare pressione sull’uretra che invece non si verifica quando la malattia è iniziale.

 

La raccomandazione è, dunque, di rivolgersi al proprio medico di base o allo specialista urologo al primo segnale sospetto, prima che la malattia possa progredire e impattare sulla qualità della vita. Un eventuale valore elevato al controllo del PSA, da solo, non basterà a fare diagnosi di tumore alla prostata, ma sarà un primo passo per tenere monitorata la situazione globale della ghiandola.

 

UN'INDAGINE "METASTATICA"

Una ricerca condotta dalla Fondazione ISTUD, realizzata tra ottobre 2016 e luglio 2017, cui hanno partecipato 4 centri di Medicina Nucleare – il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, l’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), il Policlinico G. Martino di Messina e il Policlinico Umberto I di Roma – la quale ha raccolto le testimonianze di 50 pazienti e 50 familiari con carcinoma prostatico metastatico, attestano l’impatto importante del tumore alla prostata sulla qualità della vita, specie se allo stadio avanzato o metastatico, tanto da costringere:

  • Il 62% dei pazienti a stare a letto per il forte dolore o su una sedia per alcune ore del giorno
  • Il 52% a poter fare solo una breve passeggiata fuori casa
  • Il 78% a non riuscire a svolgere attività faticose o portare oggetti pesanti, anche solo la busta della spesa

 

Il dolore, in particolare alle ossa interessate da metastasi nelll’80-90% dei casi di malattia avanzata e da un conseguente aumento del rischio di frattura, rappresenta per il 61% dei pazienti uno dei sintomi più debilitanti, nel 50% dei casi tale da impedire lo svolgimento di normali attività quotidiane.

 

L’85% dichiara di sentirsi debole.

 

LE TERAPIE DI ULTIMA GENERAZIONE

Anche nei contesti più complessi di malattia, oggi esistono diverse opzioni terapeutiche per meglio controllare l'evoluzione del tumore: la chirurgia, la chemioterapia, la radioterapia, la brachiterapia e l’ormonoterapia.

 

Ma le maggiori speranze, anche in funzione dei dati di efficacia, sono riposte nelle terapie radiometaboliche che somministrano cioè radiazioni dall’interno piuttosto che in forma esterna come avviene con la radioterapia, disponibili in un ambito di cura sempre più multidisciplinare.

 

In particolare l’attenzione è rivolta al Radium-223 dicloruro (Ra-223): un radiofarmaco di nuova generazione ad azione selettiva sulle metastasi ossee. Ra-223, che emette radiazioni alfa (quella dei farmaci più vecchi erano di tipo beta), si dimostrerebbe in grado di migliorare la sopravvivenza globale in pazienti con lesioni ossee dolenti, senza causare danni al midollo osseo e dunque compromettere eventuali altre strategie terapeutiche. Inoltre sarebbe attestato l’efficace controllo sul dolore osseo, quando presente, e un significativo miglioramento generale della qualità della vita.

 

UN RADIOFARMACO SICURO, APPREZZATO DA MEDICI E PAZIENTI

Il timore che i pazienti hanno nel essere sottoposti a "radiazioni interne" va ridimensionato. Infatti le dosi utilizzate dai radiofarmaci, dal Ra-223 in particolare, sono molto basse restando "radioattive" nel corpo del paziente per poco più di 24 ore, e le tossine vengono espulse attraverso le feci nei giorni successivi alla terapia.

 

Una garanzia di sicurezza in più è data dal fatto che i radiofarmaci alfa emittenti hanno la capacità di agire solo sui tessuti malati risparmiando tutto ciò che sta attorno. Inoltre le particelle alfa sono molto pesanti, per questo in grado di erogare maggiori quantità di irradiazione rispetto a quelle beta utilizzate in passato: due importanti qualità che aprono nuovi orizzonti nella terapia radiometabolica.

 

Terapia apprezzata anche dal 78% dei pazienti: il 48% ha dichiarato una migliore gestione del dolore, con un migliore impatto anche sulle energie fisiche (33%).

 

AVVERTENZE NELL'USO DEI RADIOFARMACI

In corso di terapia con radiofarmaci occorre avere qualche accortezza igienica in più, come lavarsi molto bene le mani prima e dopo essere andati in bagno, per eliminare liquidi e fluidi che possono avere ancora una piccolissima quantità di materiale radioattivo al loro interno.

 

UNA MALATTIA "MULTIDISCIPLINARE"

Il tumore della prostata va approcciato in maniera multidisciplinare, su più fronti.  Non soltanto clinico con la valutazione del paziente effettuata da un team di più esperti tra cui oncologo, medico nucleare, radioterapista, ma anche familiare. Ovvero tenendo conto delle necessità del paziente stesso e dei familiari o caregiver.

 

Il cancro alla prostata, specie se avanzato, coinvolge infatti l’intera famiglia, in particolare la coppia poiché la fase successiva alla chirurgia impatta molto sui malati a livello emotivo.

 

La donna svolge un ruolo fondamentale nel sostenere il partner, cercando anche nuovi modi per vivere l’intimità e la sessualità. Ma dall'altro lato il sostegno potrebbe portare la caregiver/compagna a rivivere precedenti esperienze di tumore al seno o all’utero con inevitabili conseguenze a livello psicologico, vista la larga diffusione di questi tipi di tumore fra la popolazione femminile. Compito che potrebbe richiede anche un supporto psicologico anche per la donna e la coppia.

 

LA MEDICINA NARRATIVA

l ricorso alla medicina narrativa, che permette al paziente di raccontare il proprio viaggio attraverso le cure, tramite colloqui con i medici (o eventualmente anche brevi scritti) ha permesso di raccogliere, sempre nell’ambito dell’indagine ISTUD, preziose informazioni sul valore della persona nella malattia e le aeree più critiche, assistenziali o di supporto, meritevoli di maggiore attenzione.

 

Ad esempio è emerso che il 15% dei pazienti desidera essere ascoltato, condividendo con il medico sia aspetti clinici sia umani riguardanti la malattia, compresa la sfera sessuale, spesso sottovalutata dai medici stessi.

 

In merito, il 33% dei pazienti accetta la nuova condizione, il 22% è in cerca di soluzioni, il 19% afferma che il problema non è stato affrontato mentre l’11% lo vive come una  grande criticità e sempre l’11% con rassegnazione.

 

Il paziente e i caregiver dichiarano entrambi di trovarsi spesso soli a gestire questi aspetti, con implicazioni psico-emotive pesanti, tanto che il 67% dei caregiver vorrebbe uscire di casa per lunghi periodi, il 52% avverte il bisogno di più tempo per sé contro il 47% che sostiene che la cura della persona malata influisca sul proprio lavoro.

 

Insomma il messaggio che i pazienti lanciano è chiaro: l’attenzione clinica deve prendersi cura anche della persona, mettendola al centro della malattia.

 



A cura di Francesca Morelli.
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